Il Carcere Borbonico
L’idea di utilizzare Santo Stefano come luogo di detenzione risale all’epoca della colonizzazione borbonica dell’arcipelago. La forma a ferro di cavallo della struttura rispondeva a varie esigenze. Anzitutto psicologiche: i reclusi avevano vista solo verso l’interno e la forma tondeggiante dava l’idea di un arroccamento completo. Poi anche pratiche, in quanto la struttura – detta a forma di panopticon – permetteva a pochi sorveglianti posti al centro di controllare tutte le celle contemporaneamente.
Per accedere al carcere si attraversa un portone su cui una lapide ricorda la detenzione dell’antifascista Sandro Pertini, e si incontra un blocco di costruzioni che erano adibite ai servizi: si tratta di magazzini, laboratori dove i detenuti potevano lavorare, cucine e corpo di guardia.
L’impressione, nel momento in cui si varca l’ultima porta verso il cuore del carcere, è molto forte. La struttura circolare è imponente, con al centro un padiglione dove il cappellano del carcere celebrava la messa e dove si somministravano le punizioni corporali.
In origine le celle erano 99 (33 per ogni piano) e misuravano 4,50 x 4,20 metri. Dopo un breve periodo di “normalità” nel periodo che seguì il fallimento della Repubblica Napoletana del 1799, il carcere iniziò ad accogliere un numero sempre crescente di detenuti, tra cui molti “politici”. Tra questi, Raffaele Settembrini e suo figlio Luigi, e Silvio Spaventa.
Alle Ricordanze della mia vita di Luigi Settembrini dobbiamo una descrizione accurata della spietata routine del carcere: “ogni cella ha lo spazio di circa 16 palmi quadrati e vi stanno nove, dieci uomini e più in ciascuna. Sono scure e affumicate” – infatti i detenuti potevano cucinare in cella – “e di aspetto miserrimo e rozzo”.
Per comprendere le condizioni di vita del penitenziario, si può citare un dato impressionante: in nove anni, verso la metà dell’Ottocento, morirono a Santo Stefano 1.250 detenuti, di cui solo 200 di morte naturale.
Nel 1892 le celle vennero divise a metà e il numero dei detenuti scese a uno per cella; nello stesso periodo vennero costruite mura che dividevano il cortile in spicchi per evitare il contatto tra i detenuti politici e i comuni. In quest’epoca fu aggiunto alla struttura un anello esterno di altre 75 celle: la capienza del carcere divenne di circa 300 detenuti invece degli 800-900 dell’epoca borbonica.
Il 29 luglio del 1900 l’anarchico Gaetano Bresci uccise a Monza re Umberto I. Catturato, venne inviato a Santo Stefano e l’anno dopo fu impiccato dai secondini nella sua cella.
Durante il fascismo, nel carcere furono rinchiusi molti oppositori del regime, tra questi Pertini, Scoccimarro e Pugliese che tra queste mura fece probabilmente la stessa fine di Bresci.
Dopo la II Guerra Mondiale e fino alla sua chiusura, il penitenziario di Santo Stefano fu utilizzato come ergastolo e, spesso, coloro che ricevevano la grazia e ottenevano la fine della pena si trasferivano a Ventotene dove potevano continuare a esercitare i mestieri appresi in carcere.
Foto: Alberto Guglielmi

Recensioni
30 luglio 2011 alle 14:43
Giovanni A.
Nel 2004 avevo potuto visitarlo solo esternamente, la settimana scorsa finalmente l’ho visitato anche all’interno (per quel poco che è possibile). Una vera emozione grazie all’esposizione fatta dalla guisa Salvatore che ci ha fatto provare la sensazione di come vivessero i reclusi; sembrava di sentire le loro voci, di vederli muoversi nelle celle. Un plauso.
26 agosto 2011 alle 16:01
Cristina
Non ho mai avuto il piacere di visitare il penitenziario, mio nonno ha lavorato lì per diversi anni e mi ha lasciato dei diari e scritti vari che raccontano la vita del carcere. Ho anche una chiave in ferro battuto, realizzata da un detenuto, che serviva per aprire tutte le celle. Mi piacerebbe far rivivere in quel luogo questi resti anche in memoria di mio nonno… Lascio il mio contatto mail. Grazie!
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