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Ventotene

Ventotene o Sorrento?

“Scegli… Ventotene o Sorrento?” mi chiese Cinzia al telefono, e io senza esitare “Ventotene!!!”, senza sapere che quella scelta era un bivio e avrebbe significato così tanto.

Tre giorni al mare a inizio Maggio, partenza domani. Corsi a guardare la cartina, perchè di certo sapevo solo che era un’isola del Tirreno, e poi uno sguardo agli orari dei treni. Quindi un treno per Torino, uno per Roma a recuperare Cinzia, uno per Formia e da lì un traghetto. In borsa una gonna a fiori, un jeans e due maglie.

Arrivammo sull’isola, e come misi piede su quello scoglio così lontano da casa capii che sarebbe stato un grande amore.

Avevamo una stanza allo Smeraldo e quelli che dovevano essere tre giorni divennero dieci. Ventotene è una calamita: con l’alibi di un guasto al traghetto (in parte vero) rimandammo impegni di lavoro, riunioni e scadenze, staccammo i telefoni  e rimanemmo a fluttuare nella magia dell’isola.

Il resto di quei giorni sono istantanee nella mente in cui rifugiarsi di giorno e sognare di notte: il rumore del vento fra le canne, io che scrivo una lettera seduta su uno scoglio a Parata Grande, il costume nero comprato da Assenso, la pelle scottata dal primo sole, la zuppa di lenticchie a cena, il cielo stellato sopra il Dolce Sosta, la sagoma di Santo Stefano illuminata dalla luna, Attilio il poeta, i fiumi di Greco di Tufo bevuti a Calanave, le fragole mangiate in cortile, lui che parla dei venti, il traghetto che parte domenica lasciando l’isola agli isolani e a noi pochi turisti di maggio, i racconti di mare di ventotenesi attempati intorno ad un tavolo in piazza Castello, il rumore del mare, il suo viso scuro sulle lenzuola chiare…

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